Score
CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'
Conclusione : Illusorio
Vince, nome d’arte di Vincenzo Pastano, sta facendo di tutto per inscrivere se stesso e la propria opera nel panorama oscuro e contemporaneamente ricercato della scena alternative rock, a partire dallo scegliere un packaging inusuale: una busta in cartoncino nero di formato maggiore rispetto al classico cd in cui è inserito il disco e un foglio di carta lucida semitrasparente in cui sono riportati, di nuovo in nero, titoli e testi dei brani assieme ad un’immagine dell’artista. La spettralità e la cupezza che di conseguenza ci si aspetta di ascoltare viene confermata dalle prime note di Lividi, che apre il disco omonimo in pieno clima notturno.
Vince, chitarrista per artisti come Eugenio Finardi, Lucio Dalla, Luca Carboni e Riccardo Sinigallia, sceglie in questo suo lavoro di collaborare per la produzione e la registrazione col gruppo con il quale ha fondato l’etichetta Liquido Records (Ignazio Orlando, in passato produttore anche dei CCCP, Max Messina e Antonello D’Urso), di farsi aiutare nella scrittura dei testi da Alice Lerco (ad eccezione di “Al buio” firmata dalla Grazia Verasano di Quo vadis, baby?), e di affidare l’interpretazione dell’intero lavoro alla voce di Silvia Manigrasso. Ma tutto questo è un valore aggiunto al lavoro? La produzione evoca in alcuni punti proprio i CCCP, come ad esempio in Black propaganda, dove la ripetizione del testo scarno sulla stessa nota riporta immediatamente a episodi tratti soprattutto da Tabula Rasa Elettrificata. In tutto l’album le parole cantate non risultano mai troppo ricercate, e sebbene la ripetizione aiuti a percepire il senso di oppressione sotteso a tutto l’album, in alcuni casi i suoni avrebbero meritato un’accuratezza maggiore nello sviluppo dei testi. La sottigliezza e l’etereità della voce della Manigrasso poi aggiunge fascino a molte tracce, ma l’interpretazione varia veramente troppo poco di brano in brano, risultando dunque quasi scontata nella seconda metà dell’album. Piano piano, infatti, con lo scorrere delle tracce, sorge il dubbio che questo Lividi sia un lavoro molto meno raffinato di quello che vuole sembrare. O meglio, lo è solo in parte, visto che la struttura ma soprattutto le linee vocali dei brani appaiono molto più tradizionali di quanto ci si aspetterebbe, pur rimanendo nell’ambito di un solido rock: Sonnambuli può esserne una prova, così come Il sole dell’inferno, che arrivando come ottava traccia del lavoro quasi conferma il sospetto iniziale, visto che poco o nulla aggiunge ai testi e ai suoni precedenti che pure rimangono piacevolmente alienanti ed oppressivi. I riferimenti nei testi ai canti liturgici cristiani poi, trasfigurati per mezzo della sostituzione di alcune parole come accade in Atto di dolore, è un espediente che non brilla per originalità.
Lividi è infatti complessivamente un buon album, indubbiamente coerente e coeso al suo interno, in cui tutte le tracce legano immediatamente tra loro. Non è un caso, infatti, che le tracce strumentali risultino molto piacevoli (come Dawn Moon Glow, realizzata come Past the Mark in collaborazione con Marc Urselli) Tuttavia non è abbastanza per lasciare un segno, un livido insomma, soprattutto dopo aver presentato artisticamente il lavoro in un certo modo. L’oscurità è un’attitudine istintiva, che spontaneamente si esprime a partire da animi tormentati. In questo album ci sono buone basi per lo sviluppo musicale di nuovi lavori in futuro, che certamente però risulteranno più incisivi se ci si concentrerà meno sul tentativo di essere, forzatamente, oscuri.
Tracklist:
1. Lividi
2. Fuzz dub
3. Sonnambuli
4. Black propaganda
5. In questo inferno vero dub
6. Atto di dolore
7. Al buio
8. Il sole dell’inferno
9. Vetro cieco
10. Dawn moon glow